martedì 8 ottobre 2013

Amministratori e amministrati dell’oggi


Raffaello Sanzio,  La scuola di Atene.  Roma,Logge Vaticane

Recentemente, durante una pubblica assemblea indetta da una piccola amministrazione comunale per la presentazione del progetto di una costruzione di un centro polifunzionale, ho avuto modo di ascoltare con le mie orecchie una dichiarazione del Sindaco del luogo che con la più serena flemma e naturalezza affermava testuale:  

« Per il nostro comune io penso all’oggi,  all’immediato. Al domani penserà chi verrà dopo di me».

Considerando che questa frase l’ha pronunciata un Primo Cittadino (!)  nel ruolo ufficiale  di fronte ai suoi amministrati, la cosa è a dir poco  sconcertante,  rivelatrice come è di una visione miope e priva di capacità immaginativa e volontà  programmatica. 

Ma non è finita!




Ancora più incredibile  è stata ai miei occhi l’assoluta indifferenza del pubblico che di fronte a tale affermazione non ha battuto ciglio…

Da questo fatto si può dedurre la profonda onestà della democrazia: il cittadino ha l’amministratore che si merita e si sceglie.



Partecipare dall’interno alle vicende “politiche” (non partitiche) di una comunità è una esperienza che possiede un certo valore e che andrebbe vissuta ( o fatta vivere come accadeva per il servizio di leva obbligatoria nel recente passato) da tutti.

Molte sono infatti le cose da imparare e le più interessanti non sono tra l’apprendimento di come si amministra o come funzionano i diversi meccanismi di governo.

La vera lezione  è sull’uomo. Meglio: sull’essere umano, perché maschio o femmina non costituisce motivo di differenza  in questi casi.

Ambrogio Lorenzetti, 1337-39                                                         Il Cattivo Governo. Siena, Palazzo Pubblico



 





Alle prese con l’esercizio del  potere",    anche se minimo o solamente supposto, anche se solo  agognato, l’animo umano rivela presto o tardi tutta la sua grandezza o tutta la sua meschinità.

Gli intenti reali, quelli mascherati da tante virtù esibite, e forse perfino inconsci e sconosciuti  a sé stessi,  iniziano ad affiorare  e a galleggiare sulle limacciose acque della demagogia e su quelle del ristagno di una assopita coscienza civica di molti di noi.






Allegoria dell'Accidia, xilografia, XVIII sec.



Pensiamo tutti a mantenerci a galla  il più tranquillamente possibile nel limitato orizzonte dell’ oggi , lasciandoci  ammirare dagli altri con la sola preoccupazione di badare a star saldi alle ancore della nostra inerzia che ci rassicura.







         Aggrappàti infatti al  nostro oggi nessuno ci interrogherà  mai sulla rotta.







domenica 6 ottobre 2013

Muri, velocità, automi e democrazia




 Recente intervento urbano eseguito  senza alcun riferimento storico-artistico locale ma seguendo una novità fine a sè stessa



Carlo Emilio Gadda, 1893-1973
Di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato , poco a poco un po’ tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici preandine, che, manco a dirlo, «digradano dolcemente » alle  miti bacinelle dei loro laghi. 
Con queste righe Carlo Emilio Gadda  da inizio ad uno dei capitoli del suo romanzo L’Adalgisa esortando il lettore ad avventurarsi nella osservazione  esterrefatta della varietà di bruttezza e arditezza di soluzioni formali perpetrata da architetti e geometri  d’Italia che con la loro “impronta creativa" hanno devastato il paesaggio del Bel Paese.




 Perché una casa venga edificata dal nulla o riadattata dall’esistente, la legge richiede l’intervento di un professionista che ha la responsabilità di edificare a regola d’arte.
Purtroppo però questa regola d’arte non prevede alcun esplicito riferimento ad una decenza estetica, che equivarrebbe a dire che il professionista dovrebbe avere acquisito durante la sua formazione almeno le basi e la sensibilità (e, perchè no, la discrezione!) per non commettere scempi e oltraggi al gusto e al pubblico decoro.


Non mi riferisco qui a quelli che oggi indichiamo col neologismo archistar,  architetti che hanno fatto della propria immagine e poi della propria firma il pilastro portante, la loro pietra angolare .

Frank Gehry,  Lou Ruvo. Center for Brain Health



Esiste un pullulare di costruttori (normalmente i più piccoli) che si danno un gran daffare perché i loro progetti si connotino distintamente dagli altri e pertanto anche le costruzioni che vengono innalzate  recano questo peccato originale.

La nostra è una società nella quale la ricerca del  bello, ha finito, nella stragrande maggioranza dei casi,  con l’essere la ricerca del nuovo.


E’ facile capire che il concetto di  nuovo non necessariamente implica quello di bello, ma è altrettanto evidente come oggi il nuovo diviene bello "a priori " in quanto mai visto.
Maestro di Tolentino (Pietro da Rimini?). Annunzio ai pastori, 

Che il nuovo sia, per propria definizione, destinato a suscitare curiosità non c’è alcun dubbio, e questo è un automatismo del pensiero umano che ha una grande importanza, vitalità e validità.
Oggi però è andato perduto il passaggio di analisi e di critica che di fronte alla novità è comunque necessario fare.

L’avere smarrito questo passaggio ha segnato una grande perdita.

 Nelle società che ci hanno preceduto, nelle quali  analfabetismo e ignoranza  caratterizzavano fasce molto ampie di popolazione,  si conservava tuttavia la capacità di osservare e di fare le differenze tra soggetti apparentemente uguali di autori diversi.
Così di una Madonna in trono di Giotto si avvertiva la differenza tra lo stesso soggetto dipinto da Duccio senza che alcuno si scandalizzasse, anzi gustando delle diversità stilistiche che solo uno sguardo posato con attenzione sull’opera era  in grado di svelare.


L’uomo contemporaneo è abituato (e quindi dipendente) ad una visione veloce condizionato come è al rapido e istantaneo mutare delle immagini che vede su schermi e monitor.
In un certo senso questa velocità ci ha resi osservatori superficiali tanto che appena sulla nostra retina si forma una immagine già ce ne aspettiamo un’altra non avendo neppure il tempo necessario all’analisi.

Questo processo -storicamente nuovo-  ha causato una diffusa cecità di fronte a tutto: dalla realtà esterna  a quella interna.


Un’altra insidia è nascosta quando scorgiamo qualcosa di nuovo: è il fascino della scoperta.
E’ questa una emozione che in qualche modo appaga il nostro animo solleticando in noi una sorta di fierezza per la nuova “conquista”che distoglie l'analisi che naturalmente dovremmo compiere.
Tutto ciò si risolve spesso in una incapacità di giudizio sulla realtà che determina e segna perfino i limiti di una società democratica. 
 
 Pierre Jaquet-Droz. Automi 1770 -73.  Neuchatel, Musèe d'Art et d'Histoire  

Infatti il soggetto che smarrisce una autonoma capacità di giudizio si ritrova a vivere in una democrazia apparente, in grado, senza che lui se ne renda conto, di proporgli pacchetti e regole preconfezionati  che normano la sua esistenza, aspettative  e ruolo sociale.

Per questi motivi, anche una apparente insignificante realtà, quale può essere un muro privo di una sua estetica e logica, disarmonico al solo fine di essere nuovo,  contribuisce nel suo piccolo all’impoverimento di una società intera.  







mercoledì 2 ottobre 2013

Marionette & Miserie




P.P.Pasolini, Capriccio all'italiana. 1967       Totò (Iago)  Ninetto Davoli (Otello)
Coloro che amministrano le grandi realtà  trovano spesso a portata di mano  la tentazione  a facili   guadagni   ed è cronaca nota che a volte si immischino in operazioni  azzardate se non  dentro  illeciti affari.
 Gli amministratori leali in tali ambiti difficilmente fanno carriera perché la casta malata difende sé stessa e i suoi modi d’azione,  impedendo a individui affetti da onestà  di “inquinare”  lo status quo creato ad arte nel tempo.

Ma ancor più tristezza provoca all’animo quella categoria  di scalatori  della politica che albergano in tanti piccoli comuni  della Penisola e che conducono campagne elettorali alla stregua di campagne militari durante le quali s’annienta il nemico al prezzo di qualsiasi stratagemma e di ogni bassezza o tranello.

Ho visto tali soggetti resistere nel loro arrembaggio a poltrone  per anni, senza cedere mai,  e una volta insediati servirsi, senza remora alcuna, di mezzi anche squallidi governando  incapaci con  tragica miopia, in una immobilità grottesca celata alle  coscienze cittadine più semplici con un ampio mantello di demagogia disarmante e banale, tessuta con la più trita e stantia propaganda.

Lontani d’agire per il bene comune, questi poveri uomini spacciano senza pudore una  bigiotteria da due soldi  decantandola come preziosa e insostituibile merce, preparando in tal modo la via al loro successo che gli consentirà di avanzare in carriera verso scranni più alti capaci di appagare l’insaziabile fame d’orgoglio.

Li ho visti fasciarsi nel tricolore come in abiti da sera o di scena, e posare  per scatti con la stessa voglia di modelle al debutto, e creare pretesti e motivi  perché questo accadesse più spesso.



Li ho visti –offendendomi-  servirsi di figli,  di vecchi,  di guerra e di morti
 per potere cantare sé  stessi;
li ho visti entrar nelle chiese questi piccoli uomini cercando non Dio ma nubi d’incenso di plauso comune,
e mai ho sentito il silenzio, né la discreta umiltà di chi vuole costruire per l’altro schivando il clamore per sé.


incensiere globulare, arte etrusca, VII-VI sec A.C.  Bologna, Civico Museo Archeologico

                                                 

lunedì 30 settembre 2013

la giustizia semantica







Ancora una volta -l’ennesima -  i telegiornali e i notiziari on line o stampati  per dar cronaca di un brutale omicidio a sangue freddo hanno usato il verbo  giustiziare
Occorre domandarsi come può essere così banalmente usato a sproposito un termine che ha manifestamente, in modo quasi  ovvio, enunciato in sé stesso  il proprio significato?
La gravità dell’uso improprio ed erroneo di questa parola  è tanto importante quanto il numero elevato dei giornalisti  che ne parlano e ne scrivono favorendo con questa ignorante “leggerezza” un accostamento al concetto di “giustizia” a dei criminali che al contrario ammazzano, uccidono, sgozzano, tolgono la vita, sopprimono,  i loro rivali e la maggior  parte delle volte con l’aggravante  di una modalità di pura vigliaccheria, tradimento  o sopruso sconcertante.
miniatura dalle “Chroniques de France ou de Saint-Denis”, 1332-1350.

Perché associare al concetto di amministrazione della giustizia  i  crimini efferati compiuti da caini sempre e comunque al di fuori della legge e dei basilari concetti morali?
E’ tempo di ridare dignità alle parole; di riappropriarsi di termini appositamente coniati per stigmatizzare una precisa azione, una peculiare circostanza per essere in grado di parlare della realtà con cognizione.
Più volte, conversando su questo argomento,   mi è stato ribattuto:   « Ma tanto si capisce lo stesso…» .
Questo qualunquismo che segna un accontentarsi della mediocrità non fa onore alla completezza della lingua italiana, e, al contrario, nel tempo  la fa sprofondare  in un pantano che rallenta e immobilizza  il parlato quotidiano, lo riduce alla inespressività di uno stringato glossario preconfezionato entro il quale la sfumatura, l’espressione trovano la loro morte.

 Del resto ci siamo abituati in questi anni alla lenta agonia della nostra lingua della quale si smarriscono e si scordano i termini antichi per andare alla ricerca nevrotica di ibridi neologismi   derivati a forza dall’inglese e che suonano pure male ai nostri orecchi, (basti l’orribile scannerizzare! ) ma tant’è…  Così come ci siamo abituati al prorompere sul proscenio della cronaca (e di conseguenza nel parlato ordinario) di parole che insistono come tormentoni sulla bocca di politici e commentatori fino alla esasperazione.


Uno dei più gravi delitti del nostro tempo è il delitto semantico. 

Ci sono cose scomode da dire, che le parole della nostra lingua hanno fortunatamente la capacità di rivelarci in tutta  la loro importanza. Per questo a volte si tace, si usano eufemismi più comodi, meno “crudi”, più politicamente corretti e in pochi si accorgono che così facendo ci abituiamo a non chiamare le cose col loro nome e finiamo col non dialogare con la realtà che ci circonda, col non saperla più indicare con precisione.  Ma la” beozia” è un gran bel paese, nel quale tutti si vive tranquilli e ci si addormenta presto e felici perché la coscienza sarà più leggera convincendosi che abbiamo  “interrotto una gravidanza” e non fatto un aborto,  che abbiamo visto un “non vedente” e non un cieco nel bisogno della propria menomazione,
o un cavallo “a fine carriera” e non un animale oramai inservibile e da macellare.
Con questo fantastico stratagemma moderno anche lo spazzino troverà sonno dolcemente nella orgogliosa coscienza di essere un capace  “operatore ecologico” e la lingua italiana sarà “ingiustiziata” ancora una volta!