domenica 6 ottobre 2013

Muri, velocità, automi e democrazia




 Recente intervento urbano eseguito  senza alcun riferimento storico-artistico locale ma seguendo una novità fine a sè stessa



Carlo Emilio Gadda, 1893-1973
Di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato , poco a poco un po’ tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici preandine, che, manco a dirlo, «digradano dolcemente » alle  miti bacinelle dei loro laghi. 
Con queste righe Carlo Emilio Gadda  da inizio ad uno dei capitoli del suo romanzo L’Adalgisa esortando il lettore ad avventurarsi nella osservazione  esterrefatta della varietà di bruttezza e arditezza di soluzioni formali perpetrata da architetti e geometri  d’Italia che con la loro “impronta creativa" hanno devastato il paesaggio del Bel Paese.




 Perché una casa venga edificata dal nulla o riadattata dall’esistente, la legge richiede l’intervento di un professionista che ha la responsabilità di edificare a regola d’arte.
Purtroppo però questa regola d’arte non prevede alcun esplicito riferimento ad una decenza estetica, che equivarrebbe a dire che il professionista dovrebbe avere acquisito durante la sua formazione almeno le basi e la sensibilità (e, perchè no, la discrezione!) per non commettere scempi e oltraggi al gusto e al pubblico decoro.


Non mi riferisco qui a quelli che oggi indichiamo col neologismo archistar,  architetti che hanno fatto della propria immagine e poi della propria firma il pilastro portante, la loro pietra angolare .

Frank Gehry,  Lou Ruvo. Center for Brain Health



Esiste un pullulare di costruttori (normalmente i più piccoli) che si danno un gran daffare perché i loro progetti si connotino distintamente dagli altri e pertanto anche le costruzioni che vengono innalzate  recano questo peccato originale.

La nostra è una società nella quale la ricerca del  bello, ha finito, nella stragrande maggioranza dei casi,  con l’essere la ricerca del nuovo.


E’ facile capire che il concetto di  nuovo non necessariamente implica quello di bello, ma è altrettanto evidente come oggi il nuovo diviene bello "a priori " in quanto mai visto.
Maestro di Tolentino (Pietro da Rimini?). Annunzio ai pastori, 

Che il nuovo sia, per propria definizione, destinato a suscitare curiosità non c’è alcun dubbio, e questo è un automatismo del pensiero umano che ha una grande importanza, vitalità e validità.
Oggi però è andato perduto il passaggio di analisi e di critica che di fronte alla novità è comunque necessario fare.

L’avere smarrito questo passaggio ha segnato una grande perdita.

 Nelle società che ci hanno preceduto, nelle quali  analfabetismo e ignoranza  caratterizzavano fasce molto ampie di popolazione,  si conservava tuttavia la capacità di osservare e di fare le differenze tra soggetti apparentemente uguali di autori diversi.
Così di una Madonna in trono di Giotto si avvertiva la differenza tra lo stesso soggetto dipinto da Duccio senza che alcuno si scandalizzasse, anzi gustando delle diversità stilistiche che solo uno sguardo posato con attenzione sull’opera era  in grado di svelare.


L’uomo contemporaneo è abituato (e quindi dipendente) ad una visione veloce condizionato come è al rapido e istantaneo mutare delle immagini che vede su schermi e monitor.
In un certo senso questa velocità ci ha resi osservatori superficiali tanto che appena sulla nostra retina si forma una immagine già ce ne aspettiamo un’altra non avendo neppure il tempo necessario all’analisi.

Questo processo -storicamente nuovo-  ha causato una diffusa cecità di fronte a tutto: dalla realtà esterna  a quella interna.


Un’altra insidia è nascosta quando scorgiamo qualcosa di nuovo: è il fascino della scoperta.
E’ questa una emozione che in qualche modo appaga il nostro animo solleticando in noi una sorta di fierezza per la nuova “conquista”che distoglie l'analisi che naturalmente dovremmo compiere.
Tutto ciò si risolve spesso in una incapacità di giudizio sulla realtà che determina e segna perfino i limiti di una società democratica. 
 
 Pierre Jaquet-Droz. Automi 1770 -73.  Neuchatel, Musèe d'Art et d'Histoire  

Infatti il soggetto che smarrisce una autonoma capacità di giudizio si ritrova a vivere in una democrazia apparente, in grado, senza che lui se ne renda conto, di proporgli pacchetti e regole preconfezionati  che normano la sua esistenza, aspettative  e ruolo sociale.

Per questi motivi, anche una apparente insignificante realtà, quale può essere un muro privo di una sua estetica e logica, disarmonico al solo fine di essere nuovo,  contribuisce nel suo piccolo all’impoverimento di una società intera.  







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