Qualche giorno fa ho assistito a Torino alla messa in scena al Teatro Regio del
Simon
Boccanegra di G.Verdi con la regia di Bussotti
e la elegante ed intelligente direzione
musicale di Gianandrea Noseda.
Il “Simone” è un’opera che ho avuto modo di vedere in
diversi allestimenti durante questi ultimi anni, e di cui conosco il libretto parola per parola, ma chissà perché solo durante questo ultimo
spettacolo mi ha condotto alla riflessione sull’attuale situazione del
governo della nostra Repubblica.
In quest’"opera storica" di Verdi, Boccanegra, personaggio realmente esistito, dal suo passato di corsaro e combattente per la Repubblica
marinara di Genova, sale al soglio dogale e inizia una politica di governo
improntata sulla pacificazione tra il partito popolano capeggiato da Albiani e quello degli
aristocratici guidato dalla potente famiglia dei Fieschi.
Il nuovo Doge si
dimostra impegnato e in grado di mettere
da parte gli antichi odi e vendette per la costruzione di un futuro
migliore anche al di fuori dei confini
della Repubblica da lui governata cercando di far intravvedere al proprio senato quell’unità
persino italiana alla quale mirava.
Da tutte le vicende che si articolano nel melodramma emergono
figure di uomini per i quali l’onore, la parola data, la coerenza ai
propri principi e la lealtà, nonostante non riescano ad abbattere completamente le
barriere che li separano, li obbligano a
un comportamento cavalleresco e di grande fierezza, spingendoli fino al sacrificio
del proprio orgoglio per la causa alta del bene comune.
Inevitabile il perdente raffronto con i politici ai quali da
tempo ci stiamo purtroppo abituando: con le loro meschinità, con la loro evidente assenza
di valori alti, con il loro agire da burattini asserviti unicamente alla possibilità
di una rielezione o di un personale tornaconto, con la loro totale assenza di
una parola della quale ci si possa fidare.
Fortunatamente resta ancora il Teatro,
che, come nel caso
del Simon Boccanegra e per lo spazio di qualche ora, ci immerge in un mondo che
oramai avvertiamo perduto; forse in un mondo che vorremmo, salvo poi riconsegnarci -speriamo almeno più vigili e attenti -
alla miseria del teatrino della nostra politica
quotidiana.





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